“SAPERE E SAPER FARE” CONCLUSO OGGI A MILANO IL CONVEGNO PER LA RIPRESA ECONOMICA

By
Updated: giugno 24, 2013

Grande successo per “Sapere e saper fare per la rinascita economica italiana”, convegno che si è svolto questa mattina nella splendida cornice del Quanta Village (Milano), organizzato dal Gruppo Quanta nell’ambito di “@Lavoro”, ciclo di incontri che, toccando varie città in Italia, sta tracciando l’identikit del mercato lavorativo dentro e fuori i confini nazionali.

 

La tavola rotonda ha messo a fuoco, con contributi di spicco dal giornalismo, dall’imprenditoria e dal mondo accademico, lo scenario socio-economico italiano, sottolineando il ruolo chiave del lavoro quale strumento di ripresa economica di un paese come l’Italia, in cui il PIL continua a registrare perdite, attestandosi a quota – 0,6 dall’inizio dell’anno, con un numero di disoccupati pari a 2milioni e 875mila unità.

 

DICHIARAZIONI DEI RELATORI

 

Umberto Quintavalle, Presidente Quanta

“Quanta è una realtà imprenditoriale di medie dimensioni, lo scorso anno il nostro fatturato consolidato è stato di circa 120 milioni di euro, quindi catalogabile, insieme alle piccole imprese, nel novero delle aziende che sono l’asse portante del sistema economico italiano. Pur facendo quotidianamente i conti con la recessione che sta devastando individui, famiglie ed imprese, in una parola la collettività nazionale, credo che il nostro gruppo stia interpretando molto bene il titolo di questo convegno, e cioè sapere e saper fare: siamo infatti riusciti sinora a difenderci molto bene andando in totale controtendenza rispetto sia al nostro mercato, quello genericamente definito delle risorse umane, da due anni in calo, sia rispetto agli andamenti recessivi dell’economia italiana, con nostri fatturati in crescita percentuale a doppia cifra  nel 2012 rispetto al 2011 come pure  in questo annus horribilis 2013 che ha una previsione ormai consolidata di una crescita di ben il 30% circa  rispetto al 2012.  La nostra lontana scelta di farci promotori di competenze, quindi di sapere e saper fare, ci ha portato in 15 anni, contando solo sulle nostre forze e, lo sottolineo con orgoglio, in modo assolutamente etico, ad essere oggi in Italia per fatturati tra le prime dieci società di un settore strategico per l’economia nazionale, occupato nelle prime posizioni da multinazionali per lo più quotate del calibro di Adecco, Manpower, Randstad, Trenkwalder e Sinergie, ma anche ad intraprendere con successo un percorso di internazionalizzazione che ci vede operativi e molto combattivi negli Stati Uniti, in Brasile, in Svizzera, in Romania e da pochi mesi anche in Libya. Come siamo riusciti ad arrivare a questi risultati? Appunto attraverso il sapere ed il saper fare: da tempo abbiamo compiuto un grosso sforzo per individuare le competenze richieste dal mercato e ci siamo resi conto che erano sempre più un bene raro per i limiti del sistema scolastico a tutti i livelli, per la cattiva gestione della formazione professionale, per la mancanza di dialogo tra scuola, università, centri di formazione e mondo produttivo. Da qui il nostro “sapere” molto bene quale fosse la domanda proveniente dal nostro mercato, un mercato cioè che deve confrontarsi con una concorrenza internazionale fatta da uomini e società di grandissima specializzazione e competenze.

Per poter poi passare al “saper fare” ossia erogare formazione efficace usando strumenti e tecnologie assolutamente  all’altezza per far crescere quel personale qualificato o specializzato in alcuni casi veri e propri talenti  che il mercato richiedeva.    Così abbiamo dato vita  alla formazione di tecnici, manutentori e strutturisti aeronautici molto richiesti nel settore aerospaziale, di progettisti con programmi in 3D e realtà virtuale, fondamentali per la progettazione industriale moderna, di addetti alle macchine CNC ed abbiamo dato vita a Teramo alla prima scuola in Italia nel campo della formazione di tecnici dei materiali compositi in particolare delle fibre al carbonio affiancando poi anche con una certa facilità su un tema invece difficile centinaia di imprese italiane nel recruiting del personale più adatto alle loro esigenze. Circa 10.000 giovani operai, tecnici, ingegneri hanno imparato il loro mestiere nei nostri corsi, dove la teoria non prevale mai sulla pratica. Dopo la fase formativa, abbiamo dato ai nostri giovani opportunità di lavoro più o meno lunghe, favorendo l’acquisizione del saper fare. Non ci sono disoccupati tra loro; ognuno ha trovato uno sbocco stabile e, fin dal 2005, molti di essi sono stati assunti direttamente da noi, primi a fare questo azzardo, con rapporti di lavoro a tempo indeterminato, al punto che oggi il gruppo Quanta conta 250 addetti diretti più  460 lavoratori e lavoratrici, dall’operaio specializzato all’ingegnere, che hanno un impiego fisso alle nostre dipendenze  assicurando però le loro prestazioni presso le imprese nostre clienti”.

Domenico De Masi, ordinario di Sociologia delle Professioni presso “La Sapienza” di Roma e inventore della Società Italiana per il Telelavoro (SIT).

“Il lavoro è merce di scambio e, come tale, soggetta alle leggi di mercato. La crisi del mercato lavorativo attuale è originata da uno squilibrio tra la domanda e l’offerta di lavoro. Fattori quali l’incremento demografico, la nascita di nuovi settori merceologici dovuta al progresso tecnologico, il  ruolo della donna hanno fatto aumentare il numero di coloro che chiedono lavoro. L’inserimento della tecnologia a supporto delle performance professionali e la stessa globalizzazione, invece, ha diminuito la disponibilità dì posti di lavoro. Basti pensare che, ogni nuovo centro commerciale inaugurato crea mediamente 2 posti di lavoro, cancellandone altri 7 nei centri urbani. Tale squilibrio si registra in tutti i paesi sviluppati, al contrario di quelli in via di sviluppo. La soluzione? Rivoluzionare l’organizzazione del mondo del lavoro secondo l’antico adagio della riduzione e redistribuzione dei bocconi, fra i commensali, in tempi di crisi”.

Antonio Bulgheroni, Presidente Lindt Italia ed esponente di primo piano di Confindustria

“Sapere e saper fare, in Italia,  non procedono di pari passo e questo è paradossale.  Le università dovrebbero contenere la fuga dei cervelli, sviluppando un rapporto di continuo scambio con le imprese anche attraverso la ricerca. L’Italia vanta competenze eccellenti in svariati settori merceologici, dall’alluminio alla produzione di valvole e compressori al manifatturiero. Per conservare questo primato, l’Italia deve trasmettere ai nuovi lavoratori un patrimonio esperienziale di oltre un secolo, restituendo un sogno ai giovani”

Mario Mazzoleni, professore di Economia Aziendale presso l’Università degli Studi di Brescia.

“Migliorare il mondo del lavoro è possibile ma la società deve cambiare l’approccio ai problemi del settore, utilizzando paradigmi al passo con i tempi. Un intervento a tuttotondo dalla citazione dell’articolo 1 della Costituzione fino al Piccolo principe, che sottolinea la necessità dell’uomo di non smettere mai di sognare”.

Eric Sylvers, corrispondente in Italia del Financial Times

“Ciò che è più difficile cambiare, in Italia, è la mentalità degli italiani. Questo impedisce di rivoluzionare il mercato lavorativo. La laurea, ad esempio, conferisce ai giovani italiani una sorta di diritto a non accettare certe offerte di lavoro, ritenute poco qualificanti per un mero pregiudizio culturale mentre, all’estero, è ancora possibile vedere ragazzi freschi di master lavorare alle casse dei supermarket”.

 

Milano, 21 giugno 2013

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *